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| Cattivi pensieri durante una Marcia per la Terra ... |
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di Andrea Griseri. E’ sempre bello incontrare tante persone che condividono i nostri valori in un’occasione al tempo stesso conviviale e di lotta. I sentieri si snodavano attraverso i vigneti; dopo una tappa presso un bellissimo santuario cinquecentesco abbiamo potuto rimirare i capannoni di cemento che punteggiano il fondovalle langarolo e non hanno il tetto di eternit soltanto perché tale materiale è stato messo fuorilegge in seguito alle note vicende; parallelepipedi impersonali che non si curano di ostentare la loro bruttezza, refrattari a qualsiasi preoccupazione estetica; estranei alla mistica del brutto: semplicemente esistono, piantati al suolo precariamente ( qualcuno del resto anche a Torino aveva cominciato a teorizzare la città Lego), testimoni di vuoto interiore. La cura del territorio getta un ponte ideale fra la memoria del passato e un futuro laborioso e prospero: la sua distruzione fa giustizia dell’uno e dell’altro, appiattisce la società su un presente avido di guadagni immediati. Il consumo dissennato di territorio non è solo privazione di futuro e sottrazione di ricchezza collettiva: è segno di uno smarrimento più profondo dell’uomo contemporaneo. Si intrecciavano i dialoghi fra noi camminatori; e sono sbocciati taluni cattivi pensieri, politicamente molto scorretti di cui vi fornisco un breve resoconto. Avremmo bisogno anche noi di una rete spionistica. E questo era il primo cattivo pensiero. Il secondo aveva ugualmente un respiro storico dilatato sino a comprendere i secoli trascorsi. Si ragionava di assolutismo e di quel XVII secolo in cui il Piemonte fu governato da una sfilza di Carli Emanueli che precedettero il grande Vittorio Amedeo II ( in seguito la qualità dei sovrani subì un deperimento e il Piemonte mancò l’appuntamento con la stagione illuminista). Il sovrano assoluto percepiva lo spazio esterno, la città e il territorio come una virtuale estensione della propria dimora. Il signore medievale rinchiuso nella cinta muraria del castello, rischiando, si apriva finalmente al mondo circostante, così che anche gli spazi fisici venivano incorporati nella sfera della sovranità. L’urbanistica, l’organizzazione della città materiale e immateriale, l’attenzione alla bellezza, l’”arredamento” del territorio curato alla stessa stregua delle decorazioni interne al palazzo accompagnarono la nascita dello stato moderno. Nessuna distinzione vera fra il dentro e il fuori palazzo: lo spazio aveva un eguale rilevanza pubblica e i soggetti privati dovevano prendere parte a questa gara per la bellezza ( i nobili abbellendo in competizione con il sovrano i propri palazzi, la Chiesa arredando l’interno dei templi, luoghi pubblici ed egualitari per eccellenza, con lo sfarzo tipico delle dimore patrizie). Forse gli autori dei capannoni anziché ricevere facili concessioni da spensierati geometri comunali sarebbero stati puniti esemplarmente. E allora non scherzavano. Un pensiero molto ma molto cattivo, vi pare? Però attenzione. La democrazia del capannone (o della discarica abusiva, o dei megaparchi divertimenti o delle speculazioni selvagge…) è solo la pallida caricatura della vera Democrazia che avevano in mente i nostri padri Costituenti. Tratto da “Obiettivo Ambiente”, Giugno 2010. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 02 giugno 2010 ) |
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