Sovrappopolazione: riflettendo sul nostro futuro PDF Stampa E-mail
di Paolo Musumeci, Rientrodolce.
Traduzione di un articolo uscito su theoildrum.org qualche giorno fa e che ben rappresenta il rientrodolce pensiero ...


Questo è un post del professore di geografia Gary Peters, ora in pensione. Ha scritto anche un precedente post.
La Morte è inevitabile; la crescita della popolazione no. Preferisco quindi discutere questa seconda e alcune delle sue implicazioni, in un tentativo di convincervi che ogni ulteriore crescita della popolazione umana non è necessaria e anzi renderà più complicati praticamente tutti gli altri problemi che oggi affrontiamo.

Scrivendo nel suo popolare blog, Dot Earth, Andy Revkin ha fatto notare, “Nel 2050 o giù di lì, ci si aspetta che la popolazione umana raggiunga i 9 miliardi, di fatto come si aggiungessero altre due Cine al numero di persone attuali.” La locuzione “ci si aspetta” è usata qui e altrove come se non ci fosse nulla che possiamo fare per fermare l’aggiunta di 2,1 miliardi di persone sul pianeta nel corso dei prossimi 40 anni.
Questo è assurdo. Sebbene 9 miliardi sia solo una proiezione, basata su tassi di natalità e mortalità ipotizzati che potrebbero essere o anche non essere accurati da qui al 2050, tale proiezione è il più delle volte accettata come un dato di fatto. Questo ci porta, come conseguenza, a focalizzarci su questioni riguardanti come gestire tale crescita; evitando di domandarci se dovremmo intervenire in qualche maniera su di essa, fermarla, o addirittura invertirla.
Invece di chiedersi perché vogliamo o abbiamo bisogno di altri 2,1 miliardi di persone sul pianeta, i ricercatori si concentrano quasi esclusivamente su come faremo a fornire a questa popolazione aggiuntiva acqua potabile, cibo, vestiti, case, cure mediche e altre necessità, nonostante già adesso miliardi di persone vivano senza alcune o tutte di queste cose.

Mettiamo subito le cose in chiaro. Non c’è niente di naturale o necessario nell’aggiungere 2,1 miliardi di persone al pianeta e non può essere fatto senza o stornare risorse scarse da altri usi o trovando nuove risorse. Persone razionali negli Stati Uniti scrivono in grande numero su blog e altrove che non possiamo interferire con la natura quando si parla di procreazione. La maggior parte di queste persone, misteriosamente, ha solo 1 o 2 bambini, il che a me pare indicare che, delle due l’una, o inteferiscono costantemente con la natura oppure, per qualche coincidenza altamente improbabile, hanno tutti sposato partner con sistemi riproduttivi non troppo funzionanti.

Uno dei commenti più comuni che sento circa la popolazione è il seguente: via via che le nazioni povere diventano più ricche, le loro donne avranno meno figli. Questa linea di pensiero è basata sul modello di transizione demografica, che a sua volta è basato sull’esperienza di un numero di nazioni occidentali durante le fasi iniziali della Rivoluzione Industriale. Il modello di transizione demografica non ha potere predittivo, come la maggior parte dei demografi sa, ma ha portato alla convinzione diffusa che avere dovunque crescita economica porterà a percentuali più basse di crescita della popolazione.

Supponiamo che tale convinzione diffusa sia corretta. Dobbiamo chiederci allora da dove proverranno le risorse, specialmente quelle energetiche, per permetterci abbastanza crescita economica da poter fare una effettiva differenza dal punto di vista demografico. Le nazioni ricche hanno a lungo argomentato che la crescita economica benedirà tutte quelle nazioni che diventano come noi (ossia sviluppano il libero mercato, il libero scambio, istituzioni democratiche, etc.); ma la futura crescita economica è una promessa, o una speranza, non una garanzia.

Se esaminiamo un caso estremo, la fallacia di questo ragionamento diventa evidente. Supponendo di voler portare tutta l’attuale popolazione mondiale di 6,9 miliardi di persone a vivere secondo uno standard di vita Statunitense, allora chiediamoci come potremmo fare. Se ci concentriamo solo sul petrolio, l’assurdità è eclatante. Arrotondando, gli Stati Uniti consumano adesso circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno e noi [Statunitensi] siamo il 5% della popolazione mondiale. Se dovessimo portare il mondo ai nostri attuali livelli di consumo, dovremmo estrarre qualcosa come 400 milioni di barili di petrolio al giorno, circa 5 volte quanto viene estratto oggi.

Considerato quanto sappiamo circa l’estrazione, i depositi e le riserve di petrolio, le sabbie bituminose e quant’altro vogliate mettere sul piatto, è chiaro che non riusciremmo neppure ad avvicinarci ad estrarre 400 milioni di barili di petrolio al giorno dal pianeta Terra, ora o in futuro. Potremmo addirittura non essere in grado di raggiungere 100 milioni di barili di petrolio al giorno. Potete creare altri vostri esempi, o suggerire le vostre fantasie sulle risorse energetiche, ma la cruda realtà è che, anche se non aggiungessimo neppure una persona al carico del pianeta, non potremmo elevare gli standard di vita della popolazione mondiale a un livello che vagamente si avvicini al nostro [Statunitense], punto. La promessa è una bugia.

Ecco un esempio differente, di nuovo usando il petrolio. Gli Stati Uniti hanno raggiunto il picco di produzione nel 1970, quando la nostra [Statunitense] popolazione era circa 203 milioni. Fossimo stati costretti a vivere dopo il 1970 in relazione alle proprie capacità petrolifere, noi [Statunitensi] avremmo dovuto ridurre la nostra popolazione o ridurre l’uso pro capite di petrolio, oppure qualche combinazione delle due alternative. Ciò nonostante, da quando nel 1970 la produzione di petrolio negli Stati Uniti è in netto declino, la popolazione è cresciuta fino a raggiungere 310 milioni.
Mentre il nostro [Statunitense] fabbisogno di petrolio cresceva, la produzione si riduceva. Siamo riusciti a coprire questo fabbisogno, ma solo perché capaci di importare sempre più petrolio dall’estero (e perché non abbiamo mai voluto calcolare il vero costo di questa politica, includendo sia i costi ambientali che quelli relativi al mantenimento di imponenti presidi militari in Medio Oriente e altrove).
Estendete il ragionamento al mondo intero, dove continuiamo a promettere crescita economica per tutti, e fatevi una semplice domanda: Quando la popolazione mondiale raggiungerà il punto in cui la domanda di petrolio supera l’offerta, da dove la Terra importerà più petrolio?

Non sappiamo per certo quanta parte della crescita della popolazione mondiale negli ultimi due secoli sia stata un risultato diretto del nostro uso dei combustibili fossili, ma sappiamo che questa crescita è stata totalmente differente da quanto successo in qualsiasi periodo precedente della nostra storia come specie vivente, quindi negli ultimi 200.000 anni.
Qualunque sia la percentuale dell’attuale popolazione mondiale che vogliamo attribuire direttamente al petrolio, tale percentuale inizierà a declinare una volta raggiunto il picco nella produzione di petrolio. Se fossimo prudenti, ne prenderemmo nota e agiremmo adesso con l’obiettivo di ridurre la popolazione mondiale in maniere umane, principalmente diminuendo il tasso di natalità fino a essere più basso del tasso di mortalità e mantenendo questo rapporto per un periodo molto lungo.

Considerate due differenti prospettive scientifiche, l’economia e l’ecologia, e le loro implicazioni molto differenti per il futuro della specie umana e del nostro pianeta.
Nell’angolo dell’economia, Larry Summers qualche anno fa affermò che non c’è limite alla capacità di carico della Terra per gli umani. Più recentemente, Tim Harford ha concluso, nel suo La Logica della Vita: L’Economia Razionale diun Mondo Irrazionale, “Maggiore al mondo la quantità di noi, che viviamo le nostre vite logiche, migliori le nostre possibilità di durare il prossimo milione di anni”. Sebbene non vi voglia influenzare troppo, considerate che circa il 99,9% degli economisti non sono stati in grado di prevedere lo scoppiare della recente bolla finanziaria.

Nell’angolo dell’ecologia, Mark Bush ha scritto, in Ecologia di un Pianeta che cambia, “Se c’è una sola lezione che le evidenze geologiche offrono, è che tutte le specie si estingueranno, solo che alcune lo fanno prima di altre”. E ha anche notato, “La popolazione umana è [...] la causa ultima della maggiorparte dei problemi ambientali, e il puro e semplice numero di umani gioca un ruolo molto significativo nel degradarsi dell’ambiente”. In un articolo pubblicato su Science, Harold F. Dorn ha scritto, “Nessuna specie è mai stata capace di moltiplicarsi senza limite. Ci sono solo due correttivi a un rapido incremento di popolazione: una alta mortalità o una bassa fertilità. Diversamente da altri organismi viventi, l’uomo può scegliere quale delle due opzioni venga applicata, ma non può essere che una di queste due”.
Garrett Hardin ha fatto uno delle più succinte affermazioni di sempre circa la relazione fra ecologia e economia:

Non parlarmi di scarsità. Il mio mondo è vasto
E ha più che quanto basta: per non più di quanti bastano.
Non c’è scarsità di nulla, fatta eccezione per volontà e saggezza;
Ma c’è abbondanza di persone.


Economisti e ecologi non possono avere entrambi ragione. O invece possono? La risposta dipende in parte dalla scala temporale nella quale scegliamo di riflettere, con gli economisti che pensano in termini molto più brevi degli ecologi. Catastrofi a parte, la popolazione mondiale potrebbe tranquillamente continuare a crescere per un po’ al suo ritmo corrente di 80 milioni all’anno, sebbene sia in termini economici che ecologici questa ulteriore crescita non abbia alcun senso.
Gli economisti non dovrebbero voler deviare ancor più risorse scarse della Terra al solo fine di espandere il numero di uomini, eccezion fatta per ragioni molto egoistiche. I costi economici della futura crescita demografica sembrano eccedere i benefici, a meno che uno non sostenga che tale crescita, ora confinata quasi interamente nelle nazioni povere, continuerà a fornire un’offerta di forza lavoro a basso costo che possa essere sfruttata per fornire beni e servizi alle nazioni ricche. I poveri continueranno a migrare verso città sempre più affollate, vivere in baraccopoli sempre peggiori, e pianificare come un giorno potranno scappare verso una delle nazioni ricche.

Anche i costi ecologici della futura crescita demografica eccedono i benefici. I grafici della crescita della popolazione [umana] e dell’estinzione delle speci durante gli ultimi 200 anni, per esempio, sembrano così simili da far pensare due volte le persone ragionevoli su quante persone debbano condividere il pianeta e quante altre specie di piante e animali siamo disposti a veder estinguersi per fare modo che il nostro numero possa continuare a crescere.
Un giorno, nonostante quello che Summers, Harford e molti altri economisti credono, il numero di umani che vivono sul pianeta raggiungerà un limite. Potrebbe già averlo superato, ma questa è una altra questione.

Un ultimo paragone demografico merita considerazione, e ringrazio il Population Reference Bureau per averlo sviluppato. Nel 2010 la Germania aveva una popolazione di circa 82 milioni, l’Etiopia circa 85. Però, il tasso di fertilità totale, che è più o meno il numero di figli che ogni donna in età procreativa avrà nella sua vita, nel 2010 era 1,3 in Germania e 5,4 in Etiopia. Una popolazione stabile, una volta stabilizzatasi intorno a una data struttura di età e sesso, necessiterà di un tasso di fertilità totale di circa 2,1; cosicchè, se nulla cambia in queste due nazioni, la popolazione della Germania diminuirà e quella dell’Etiopia crescerà.
Le proiezioni demografiche per queste due nazioni nel 2050 sono: la Germania scenderà a circa 72 milioni e l’Etiopia salirà a circa 174 milioni. A quell’epoca, si proietta altresì che solo il 14% dei Tedeschi sarà sotto i 15 anni di età, paragonato a circa il 44% degli Etiopi. La Germania sarà probabilmente ancora ricca; l’Etiopia molto verosimilmente ancora povera. Entrambe avranno numerosi problemi associati ai loro cambiamenti demografici, se accadranno come proiettati.

La demografia può non essere un destino, ma avrà sempre impatto sul destino sia delle singole nazioni che del pianeta. Fingere altrimenti, o fingere che non possiamo e dobbiamo interferire con le proiezioni demografiche, è continuare a negare. Credere che altri 2,1 miliardi di persone si aggiungeranno a condividere il pianeta, indipendentemente da quali decisioni si prendono, è un nonsenso. Le proiezioni demografiche per l’anno 2050 mostrano che la Cina e l’India assieme avranno una popolazione di quasi 3,2 miliardi di persone, più del totale mondiale di 50 anni fa. La proiezione per gli Stati Uniti nel 2050 è di 423 milioni, 113 milioni più di oggi.
Pensateci nei termini dell’esempio sul petrolio per gli Stati Uniti che ho menzionato sopra.

L’orologio della popolazione mondiale continua a ticchettare, aggiungendo circa 228.000 persone al pianeta ogni giorno. Ogni minuto gli umani sperimentano circa 267 nascite e 108 morti. Gli Stati Uniti aggiungono una nuova persona ogni 11 secondi. Questi numeri dovrebbero far rabbrividire un poco persino gli economisti e far dubitare della nostra capacità di controllare tale curva.
Sfortunatamente, come commentò una volta Kenneth Boulding, “Chiunque creda che la crescita esponenziale può continuare sempre in un mondo finito o è pazzo oppure è un economista”.

Nel loro recente studio, Correndo col serbatoio vuoto? Il Dibattito sul Picco del Petrolio, David Ingles e Richard Denniss hanno fatto la seguente conclusione:

Il picco del petrolio arriverà; la questione è semplicemente quando. Sarà probabilmente prima di quanto la maggiorparte della gente si aspetta e decisamente prima di quanto molti preferirebbero. In un mondo ideale, i governi lo prevederebbero e pianificherebbero soluzioni; l’alternativa è uno scenario laissez-faire che probabilmente imporrà alti costi economici in termini di stagflazione e perdita produttiva.

Se questi autori, e molti altri, hanno ragione, allora dovremmo riconoscere quanto prezioso e necessario sia il petrolio per la cura ed il mantenimento delle società moderne. Data la sua importanza, e la probabilità che la sua estrazione sia al picco o vicina al medesimo, non ha senso che continuiamo a usarlo per sostenere la crescita della popolazione. Avrebbe molto più senso spostare alcuni fondi adesso per diminuire la crescita della popolazione il prima possibile. Questa è una chiara situazione in cui un etto di prevenzione (controllo delle nascite e minore fertilità) è molto più economica che un chilo di rimedio (trovare più petrolio oppure mortalità più alta).

Per coloro che vogliono argomentare che altre fonti energetiche sono in arrivo e che non ci dobbiamo preoccupare più di tanto del petrolio, suggerirei che leggiate il libro di Vaclav Smil, Transizioni Energetiche: Storia, Requisiti,Prospettive. L’autore conclude che “Le transizioni energetiche sono state, e continueranno a essere, processi inerentemente lunghi; soprattutto in nazioni grandi i cui alti livelli di energia usata pro capite e le cui infrastrutture massiccie e costose rendono impossibile accelerare fortemente il progresso di tali transizioni, se mai dovessimo tentare qualche tipo di intervento altamente efficace”.

E infine, Smil ha scritto, “La composizione complessiva dell’offerta di energia primaria e i principali modi di conversione dell’energia assomiglieranno molto da vicino alla situazione attuale fra 5 o 10 anni; ma quanto andremo lontano nel futuro post-combustibili fossili fra 3 o 4 decenni non sarà determinato solamente dall’impegno per l’innovazione ma anche dalla nostra volontà di moderare le nostre aspettative energetiche e di indirizzare il nostro uso dell’energia in una direzione più attenta, una che combini una domanda ridotta con una difficile, ma in fondo premiante, ricerca per una civiltà sostenuta da flussi di energia rinnovabile”.

Sebbene Smil nulla dica circa le dimensioni o la crescita della popolazione, dovrebbe essere ovvio a tutti tranne che a i più ottusi fra noi che le future transizioni energetiche sarebbero più facili se fossimo di meno. Abbiamo dilapidato parte delle nostre riserve non rinnovabili di energia solare, messe da parte sotto forma di combustibili fossili, per espandere il nostro numero a tassi insostenibili. Se alla fine davvero riusciremo a sviluppare una “civiltà sostenuta da flussi di energia rinnovabile” potremmo scoprire che non riuscirà a sostenere 6,9 miliardi di persone, figuriamoci i 9 o più proiettati per il 2050. A queste condizioni un numero più sostenibile di uomini potrebbe essere 2 miliardi, anche se non lo sapremo finché non ci saremo arrivati.

Mentre il sole sorge sull’alba del picco del petrolio, vedremo emergere dalle ombre i 4 cavalieri [dell’Apocalisse], pronti a galoppare di nuovo se non facciamo ora qualcosa per ridurre umanamente i nostri tassi di natalità e contrarre i nostri fiorenti numeri.
La scelta è nostra; il peso di fare la scelta sbagliata cadrà sulle generazioni future.

 

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Ultimo aggiornamento ( luned́ 04 ottobre 2010 )
 
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