Tre progetti nevralgici per La Spezia e la Val di Magra PDF Stampa E-mail
Silvano D’Alto, architetto, professore di Sociologia Urbana all'Università degli Studi di Pisa e membro della Fondazione Giovanni Michelucci di Fiesole.
Tre progetti sono calati sul territorio La Spezia-Val di Magra quasi simultaneamente,  con una identica linea di politica urbana: massima valorizzazione della rendita, mancanza di una visione dell’interesse pubblico che viene fatto coincidere con quello privato. I tre intereventi sono: la macro darsena di Marinella di Sarzana, la lottizzazione di Via Muccini e Piazza Terzi a Sarzana, la lottizzazione di Calata Paita a La Spezia. Lottizzazioni: altro nome non si può dare a questi interventi, perché sono privi di una idea di città e di vivere comune; sono merci in vendita, non spazi urbani per un nuovo territorio. Ognuna delle tre aree occupa luoghi nevralgici e strategici nei confronti del paesaggio. Nevralgici: perché unici nel territorio; strategici perché  la logica privatistica e rigorosamente esclusiva – vorrei dire di classe – , che privilegia un  acquirente di classi sociali elevate e molto elevate, finirà per riprodursi sul territorio, degradandolo ulteriormente, provocando privilegi e squilibri sociali che lo renderanno poverissimo di vera cultura urbana.  
    
Dico cultura urbana perché la ricchezza della nostra storia è proprio in quel senso della città, che è la costruzione più alta e complessa del vivere comune costruita nel tempo, dove si incontrano i valori che scaturiscono dal pensiero e dal linguaggio, dalla ricerca di uguaglianza, dai diritti comuni all’uso delle risorse, dalle relazioni di solidarietà, di convivenza sapientemente costruita, di mirabile integrazione della sfera pubblica con quella privata. Nelle città e nella loro relazione con la campagna, malgrado la forte dominanza delle prime sulla seconda, si sono costruite nella storia importanti dimensione di cultura e di civiltà.
    
Da questi tre interventi ci si sarebbe dovuto aspettare progetti lungimiranti rispetto al  senso del rapporto pubblico-privato, al degrado dell’uso proprietario e mercificato del suolo, rispetto ai diritti dei futuri utenti che avrebbero dovuto percepirsi come cittadini nei nuovi spazi di vita comune. Una festa dunque da costruire insieme – perché i costruttori di città sono creatori di futuro – conciliando economia e comunità, valori del passato e del presente e senso di un bene comune da trasmettere alle generazioni future. Si tratta invece di interventi che negano il senso della identità collettiva delle popolazioni locali, che non costruiscono il senso di appartenenza alla città, interventi nei quali manca sia la coscienza del luogo sia la più ampia coscienza urbana. Interventi poveri di relazione, di storia, di identità.
    
Sono proposte che si limitano alla mera ideologia del fare, cioè di accettazione delle tendenze in atto, senza una visione di insieme del territorio, dei bisogni da soddisfare nella prospettiva di futuro, dei valori da difendere e promuovere. Interventi aggressivi che nascono da scelte esogene, portate avanti da gruppi di potere che vogliono sfruttare la rendita ma che hanno disinteresse totale, e anzi fastidio, ogni volta che si parla di bisogni collettivi, di senso sociale degli interventi, di cultura, cioè del senso delle relazioni comuni da istituire sul territorio.

Riassumendo puntualmente, questi sono i tratti in comune dei tre interventi:

1) la valorizzazione della rendita di aree ad alto valore paesaggistico e strategico nel contesto territoriale;
2) il carattere lottizzatorio degli interventi, perciò si tratta di aree che si chiudono in sé stesse, si autogiustificano, senza farsi momenti e motivi di connessione e di vivificazione sociale e culturale dei tutto il territorio;
3) Sono insensibili alla costruzione di una idea di città, non sono frammenti di vita urbana, ma operazione di grevi cubature, senza che queste si facciano spazi di vita comune. Il cittadino non è attore ma spettatore di una ricchezza che non gli compete, sulla quale può soltanto sentirsi estraneo e financo straniero;   
4) Mancanza di un percorso di individuazione dei bisogni e dei valori da introdurre nei progetti insieme ai cittadini. Perdura, in maniera ancora più dura rispetto al passato, la elaborazione di progetti senza un vero processo partecipativo. Si tratta di proposte autocratiche, calate dall’alto per un tipo di interventi che vorremmo chiamare di aggressione alla città e al territorio. I Comitati di cittadini, barlume di coscienza civile, mal sopportati.
5) Esiste una drammatica discrasia  tra le parole usate (sostenibilità, ambiente, pianificazione, ecc.) e la realtà proposta: greve e banale, povera di senso urbano e di nuove forme di vita urbana. Spazi che difficilmente saranno la “casa di tutti”, il “bene comune” di una vita che aspiri a sentirsi e ad essere comunitaria.

Un breve riepilogo dei 3 progetti:

MARINELLA

Si tratta della proposta di una serie di darsene grandi e piccole, con l’intervento maggiore spostato nell’area contigua del Piano del Parco Naturale Regionale di Montemarcello-Magra, area in gran parte di proprietà della Monte dei Paschi. La proposta viene sostenta con una Variante che  legittima una violazione gravissima alla visione protettiva del Parco. Di fatto è una delegittimazione del Piano del Parco, perché vuol dire che i principi del Parco non sono più cogenti, ma manipolabili e si possono tranquillamente respingere come inadeguati per i politici che li dovrebbero difendere.  Un atteggiamento di una gravità assoluta. Una legge (tale è la variante) per legittimare ciò che è illegittimo  nello spirito della legge del Parco. Con tale lasciapassare si è approvata una forte edificazione ai lati degli specchi d’acqua, tutta con un  carattere fortemente privatistico: la sezione trasversale dell’intervento è raggelante per il carattere esclusivo e privatizzante degli spazi delle darsene. Non c’è nel progetto un rapporto pubblico-privato che dia il senso di un raccogliersi, incontrarsi e passeggiare insieme di cittadini in faccia al fiume. Un momento nuovo di felice vita urbana. Invece è un rimessaggio di barche senza contesto. O comunque è un contesto anch’esso privatizzante.
    
Nella variante, darsene, fiume, campagna sono mondi che si ignorano reciprocamente. Non un fluire graduale di uno nell’altro costruendo territorio (cioè relazione di spazi di vita comune) e paesaggio (cioè , storia, identità, cultura) ma una netta separazione di spazi e di tempi dell’azione.  Gli argini circondano gli specchi d’acqua con un continuo ritorcersi su se stessi che distaccano il rapporto col fiume e con la campagna. Era questa l’unica soluzione possibile? No, certamente, ma bisognava pensare con altro senso del paesaggio e dei  valori di vita comune. Certo, esosità di posti barca e cubature eccessive non hanno permesso una visione più aperta tra darsena e fiume, una dilatazione dello spazio, ma un richiudersi dello stesso in una serie di darsene piccole e grandi; serie che sembra pensata per una disponibilità successiva nel tempo di specchi d’acqua a discrezione della proprietà: la Marinella S.p.A.. Forse un bene per i possessori di barche, ma un grave, inconcepibile, danno per il paesaggio.
    
Ancora, ci si dovrebbe chiedere: qual è  il sistema idraulico di questi argini? quali garanzie offriranno nel caso di forti esondazioni? La massa d’acqua resterà necessariamente costretta  in spazi limitati. Non si dovrà poi ricorrere a uno scolmatore o ad altri interventi che ricadranno sulle istituzioni pubbliche?
    
E poi, altra domanda essenziale: si è studiato il sistema ecologico fiume, sponde, campagna, nei suoi aspetti di flora e di fauna? Cosa si distrugge con questo maxi-intervento? Cosa si costruisce? Si dice che si tratta degradata. Ma questo non dà una risposta ecologica. Un sistema può diventare selvaggio, cambiare vegetazione e carattere ma resta un sistema che si evolve e perviene ad una condizione nuova  dalle quale bisogna partire per qualunque trasformazione.
    
Una proposta di deviazione della strada provinciale tra Sarzana e Marinella separa la campagna dalla darsena-rimessaggio. È paesaggisticamente devastante. Il sistema di darsene-edificazione ai margini risulta così un enclave esclusiva, un’isola di banale, presuntuoso privilegio.  Nega il senso del paesaggio: che è visione olistica, apertura, relazione col tutto, simbolicamente ricca di senso di appartenenza all’area di vita comune.


VIA MUCCINI - PIAZZA  TERZI
Forse è stato il progetto apripista degli aggressivi interventi sul territorio.
Via Muccini si configura come un drammatico accesso alla città di Sarzana
Una presunzione assoluta circa il carattere degli spazi da costruire ha portato a configurare un ingresso formato da una sequenza di micro-torri di 7 piani ai lati di una piccola strada. Erano il corollario della grande torre abbattuta. Ma restano ancora vigili e imponenti a dichiarare il senso dell’intervento: lottizzazione, massimizzazione della rendita, non è una anticipazione fresca e vivace della urbanità  cordiale, pacifica, commerciale di Sarzana. Negozi sulla strada di grande traffico, blocchi di appartamenti ripetuti senza una qualche diversità che tolga monotonia e schematismi formali. A piazza Terzi si demolisce un vecchio, dignitoso mercato – ora certo in vistoso degrado con una grande aula centrale, – per costruire una galleria che propone uno spazio assai meno interessante dell’esistente vecchio mercato, se opportunamente ripreso nei suoi aspetti migliori e riconfigurato con più complesse funzioni nella piazza. Ma, tant’è, se l’obiettivo sono le cubature, il pensiero è ucciso sul nascere; la nuova città non nasce.         

E per finire:

CALATA PAITA

Questa è la vera colata (non si sa ancora di quanti metri cubi si tratti). Ma è stupefacente che quando si è aperta la disponibilità di una grande area sul mare – dopo una lungo processo politico-urbanistico di trattative tra pubblico e privato, che si è concluso con l’assegnazione alla “città” della calata Paita – questa venga  inzeppata di condomini e di torri, giustificando il tutto con immagini di  attrezzature di alto valore sociale e culturale. Il progetto parla ben altro linguaggio delle parole mistificatrici. Se grande spazio di vita comune doveva essere, questo carattere doveva essere chiaro nel carattere degli spazi, nel senso della città che intendeva prospettare: uno spazio urbano di tutti, il diritto alla città realizzato come bene comune.
    
Anche questo intervento è chiuso in sé stesso, area di assoluto privilegio.  Occorre allargare lo sguardo. Riflettere che il tratto urbano del golfo comprende anche gli spazi dell’Arsenale Militare: occorrerebbe una visione complessiva per una pianificazione capace di guardare al futuro della città, non agli interessi particolari. Ma una domanda si impone? Quali sono i destinatari del progetto Calata Paita? Non tutti i cittadini certamente. E se non tutti, quali? Quali sono i gruppi di interesse che opereranno la trasformazione? Insomma a chi andrà la rendita? Un progetto trasparente dovrebbe partire da queste semplici domande.   

Tre progetti, e una unica visione del territorio: “la grande abbuffata” può essere cancellata o almeno radicalmente rivista?
Ultimo aggiornamento ( sabato 09 ottobre 2010 )
 
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