PSICO(PATO)LOGIA DEL PAESAGGIO. DISAGIO PSICOLOGICO E DEGRADO AMBIENTALE PDF Stampa E-mail

Roberto Mazza e Silvia Minozzi - PSICO(PATO)LOGIA DEL PAESAGGIO. DISAGIO PSICOLOGICO E DEGRADO AMBIENTALE.hspace=Roberto Mazza e Silvia Minozzi

PSICO(PATO)LOGIA DEL PAESAGGIO. DISAGIO PSICOLOGICO E DEGRADO AMBIENTALE.

Le letture del gufo - Erreci Edizioni, Anzi (Potenza) - 80 pagine, 4 euro

Silvia Minozzi e Roberto Mazza sono due fondatori del nodo di La Spezia e Val di Magra del Movimento Stop al Consumo di Territorio che, proprio a "casa loro" (Sarzana), nel Settembre 2010, tenne la sua oceanica seconda assemblea nazionale. Silvia è anche un medico epidemiologo e svolge attività di ricerca sulla efficacia degli interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi dei pazienti tossicodipendenti e alcol-dipendenti. Roberto è psicologo e psicoterapeuta, docente di Psicologia Sociale e di Servizio Sociale nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Pisa. Dall'unione tra le loro attività professionali e il comune afflato sociale a tutela dell'ambiente e del paesaggio, nasce un agile libro scritto a quattro mani "Psico(pato)logia del paesaggio. Disagio psicologico e degrado ambientale", attraverso il quale gli Autori si addentrano nei misteri del rapporto - forse ancora poco indagato - tra uomo e natura, tra habitat e benessere, ragionando, secondo il pensiero di Gregory Bateson, di "contesto": cioè della matrice dei significati comunicativi, la cornice in cui si riconoscono le comunicazioni in cui si acquisiscono le interazioni sociali e su cui poggia l'intera esperienza umana. Lo scritto cerca di rispondere (e di farci rispondere) ad alcune pressanti domande dell'oggi: quali saranno le conseguenze della "saturazione costruttiva" anche in aree paesaggisticamente eccellenti ? Quali i cambiamenti nei costumi, negli stili di vita della popolazione ? Quali mutamenti per la salute fisica e psichica degli individui ? ...

Domande sempre più epocali ed indifferibili, data la crescente omologazione di spazi urbani e non urbani che appiattiscono le differenze e formano le "villettopoli" o i "capannonifici" senza anima e senza vita vera, i nonluoghi di Marc Augé: "spazi in cui centinaia di individui si incrociano senza entrare in relazione sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane, spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici".
E' un tuffo nella "bellezza naturale", luogo dove le forme, i colori, la conformazione e le diversità dei territori, la profondità degli spazi, le "misurate costruzioni" aderenti al contesto, testimoniano un rapporto gentile e rispettoso tra uomo e natura. Che stride con i dati sul consumo di suolo, sullo strapotere del mercato immobiliare, sulla dilagante speculazione che fa da contraltare alla progressiva perdita del senso civico.

Minozzi e Mazza individuano nello stress da alienazione del paesaggio, da perdita delle origini, dei luoghi, dal non riconoscersi più in un contesto, uno dei punti più alti del disagio sociale. E si soffermano sulla tesi secondo cui la crescita psichica dell'individuo è sempre connessa al suo abitare in un ambiente favorevole allo sviluppo dei processi maturativi innati. Non a caso, il primo nostro ambiente/spazio costruito è la madre: il neonato "abita" il corpo materno e la madre è una "madre-ambiente". O, per dirla con Heidegger, l'uomo abita per mantenere un'identità individuale all'interno di una comunità complessa e costruita da chi ci ha preceduto.

Non mancano i dati derivanti da molti studi internazionali dedicati alla relazione tra disagio psichico e ambiente sociale, che indicano come nelle aree urbane la schizofrenia risulti più che doppia rispetto alle aree rurali e porti con sè fenomeni come anoressia, bulimia (la cui incidenza è 2/5 volte superiore nelle grandi città rispetto alle aree rurali), psicosi, depressioni, abuso di sostanze stupefacenti. Dagli studi emerge che le persone che vivono in abitazioni dalle cui finestre si scorgono alberi, appaiono più soddisfatte della loro abitazione rispetto a quanti convivono con panorami privi di verde o, addirittura, con "semplici" prati senza alberi.

Dietro a questa negazione esistenziale, c'è sempre la cultura, che gli Autori definiscono "una cultura dell'abuso al territorio" paragonabile all'abuso ai bambini. «Gli adulti "non protettivi" - dicono Minozzi e Mazza - cosa fanno quando vengono accusati di un reato commesso o quando si cerca di ricostruire gli eventi traumatici ? Attivano la negazione, negano la responsabilità: Non sono stato io/sono stato costretto. Non è vero. Non è stato così grave. Non avevo coscienza del danno che avrei prodotto. Tutte modalità riconoscibili anche negli amministratori responsabili di aver concesso permessi per la cementificazione di aree del territorio vergini, di luoghi protetti: Non ero in carica quando il progetto è stato approvato. Era tutto lecito. Il progetto non danneggia il territorio o non in modo così grave».

Come se ne esce ? L'impegno di Silvia e Roberto nel Movimento Stop al Consumo di Territorio rappresenta già una prima risposta: per imboccare il cambiamento occorre impegnarsi in prima linea, "metterci la faccia", dedicarsi al "bene comune" ed alla sua affermazione come valore assoluto.

Come diceva ancora Bateson: "un boscaiolo taglia un albero con l'accetta e produce una prima tacca sul legno; a sua volta il tronco gli rimanda un messaggio che influirà sulla vista, sulla tensione del braccio, sulla direzione del colpo successivo ... Il sistema albero-occhi-cervello-muscoli-ascia-albero è un sistema mentale nel quale non c'è un soggetto che compie un'azione".
Se il  modello culturale dominante è il passeggio negli outlet, gli amministratori saranno autorizzati a progettare nuovi e più accattivanti shopping centers, la cui costruzione ne implementerà a sua volta la fruizione ed allargherà il contagio e il consenso ad un modello distorto. Ma ogni cambiamento in ciascuna singola parte non potrà non modificare l'intero sistema: perchè il sistema non rimane indifferente di fronte anche ai più piccoli cambiamenti ...
Dunque possiamo vivere consapevoli di una certezza, magistralmente sentenziata da Cesare Brandi: "non si vuole l'impossibile, ma che l'uomo ragioni è impossibile ?".

Ultimo aggiornamento ( sabato 05 novembre 2011 )
 
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