sabato 07 febbraio 2009

bolognaSTOP AL CONSUMO DI TERRITORIO

Movimento di opinione per la difesa del diritto al territorio non cementificato

CAMPAGNA LOCALE:

BOLOGNA
(Emilia Romagna)

 

La Rete Ecologista Bolognese aderisce alla campagna

per lo “Stop al Consumo di Territorio”e se ne fa promotrice locale  



Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità, ecc.).

Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.

Recentemente si è tenuto a Bologna, su iniziativa della Regione Emilia-Romagna, un congresso internazionale, cui ha partecipato anche la Commissione Europea, che ha denunciato la progressiva distruzione di suoli naturali sottratti ai loro usi propri, soprattutto ad opera della dilagante seppur “pianificata” cementificazione. La progressione della trasformazione (“artificializzazione”) è drammatica: ogni giorno nella nostra regione viene consumato l’equivalente di 11 campi di calcio (ogni giorno !!!) Anche la progressione storica più recente del fenomeno è drammatica. A metà dell’800 le aree urbanizzate della sola pianura erano l’1,5 % del totale. Dopo 100 anni, negli anni ’50, erano il 2,5 %, per passare al 7,5 % a metà degli anni settanta e al 13 % (cioè il doppio) venticinque anni dopo, all’inizio del 2000. Un’ accelerazione patologica.
Regione Emilia-Romagna che è al terzo posto in Italia per consumo di territorio, dopo la Liguria e la Calabria e in compagnia della Sicilia: fra il 1990 e il 2005 la percentuale di suoli liberi consumati sul totale della superficie regionale ammonta al 22%.

Il paradosso è che lo stesso ente Regione mentre da un lato si preoccupa di questa patologia, con tanto di Assessore alla “Sicurezza territoriale, difesa del suolo e della costa, protezione civile” che promuove un allarmato congresso, dall’altro, sul versante “Pianificazione territoriale e Urbanistica” (quello dei “consumatori” di suolo per intendersi), assiste impassibile, quando non complice, nella promozione di iniziative di “sviluppo”, sempre con l’assolutorio aggettivo “sostenibile”, che hanno nel consumo di suolo naturale l’esplicita conseguenza, quando non il fine.

Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari  sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).

Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività, che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la “città continua”. Dove esistevano paesi, comuni, identità municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una “conurbazione” ormai completa per molte aree del paese.
 
Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? SI!

Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta “crescita zero”, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.
 

Il movimento di opinione per lo STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO e i sottoscritti firmatari individuano 6 principali motivi a sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.

1.    Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali.

2.    Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.

3.    Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.

4.    Perché il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.

5.    Per senso di responsabilità verso le future generazioni.

6.    Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società.

 
Pensieri per agire


Per prima cosa occorre dire che questo Movimento non ha (non può avere - data la situazione generale - e non ha la pretesa di avere) nessuna “bacchetta magica” in grado di risolvere tutti i danni già fatti o in corso di progettazione in ciascun singolo territorio. Se così fosse, sarebbe troppo facile e verrebbe da domandarsi come mai nessuno ha mai tirato fuori dal cassetto prima questa bacchetta magica.

Viviamo in un sistema fortemente iniquo, che dobbiamo modificare. Questa campagna è appena l’inizio di un lungo periodo di tentativi di cambiamento che dovremo sviluppare con forza e coraggio, tutti assieme.

Per raggiungere IL VERO CAMBIAMENTO, cioè un nuovo modello di Società ecologicamente sostenibile, è necessario promuovere il cambiamento dei consumi e dei modi di produzione. Nella consapevolezza che la lotta contro la cementificazione è in realtà una battaglia per un cambiamento di prospettiva che, a partire dal governo del territorio, deve necessariamente investire la cultura, l’economia, la società e – in definitiva – la politica.

Questa premessa è doverosa per evitare di creare eccessive aspettative, cioè suggerire che “qualcuno, da lontano, forse potrebbe risolvere i miei/nostri problemi”.

Non è così: oggi OGNUNO DI NOI deve essere in grado di partecipare direttamente e senza deleghe “in bianco” al necessario cambiamento sociale in costruzione.
Quindi pensare ad una campagna nazionale per lo “Stop al Consumo di Territorio” significa innanzitutto voler riunire in una rete forte e a maglie strette tutte le realtà territoriali, le loro vertenze in atto, l’esigenza di nuove regole condivise. In primo luogo: cambiare le regole generali da cui scaturiscono TUTTI i singoli problemi locali.

La campagna nazionale non è altro che la summa di queste micro-situazioni territoriali.
A livello nazionale ciò che stiamo sviluppando è far “tuonare” una voce forte che dica: “basta con la cementificazione della nostra esistenza”, che solleciti i media e l’opinione pubblica a riconsiderare i principi della crescita e dello sviluppo a tutti i costi. Una battaglia innanzitutto culturale, che apra cuori e cervelli e costringa i poteri a non trovarsi più nella condizione di dover sostenere l’insostenibile …

Non sarà e non è facile.
Ma le prospettive ci sono tutte e sta a noi impegnarci a fondo.
E per il successo di queste nostre azioni, sarà essenziale il rapporto tra campagna nazionale e  il nostro gruppo locale. Per questo è fondamentale l’avvio di tanti gruppi militanti sul territorio.

Disseminare l’innovazione. Non meno importante è la diffusione di buone pratiche alternative. Gli esempi raccolti da Marco Boschini sul sito dei Comuni Virtuosi, si aggiungono a quelli segnalati da Eddyburg, nel sito e nelle pubblicazioni No Sprawl, Il mestiere dell’urbanista, La costruzione della città pubblica. Occorre proseguire in questo paziente lavoro di raccolta affinché l’azione di contrasto si tramuti – nel più breve tempo possibile – in una ‘disseminazione’ di iniziative sperimentali, innovative, controcorrente.
 

Le prime “rivendicazioni” da fare nel nostro territorio
 
Il fatto di aver potuto raccontare una “esperienza virtuosa” in atto all’interno di un Comune italiano con piano regolatore a “crescita zero” (quello di Cassinetta di Lugagnano, provincia di Milano) è stato fondamentale per infondere entusiasmo e testimoniare in concreto che “si può fare”: amministrare un municipio con circa 1.800 abitanti senza vivere del “ricatto” derivante dalla moneta corrente rappresentata dagli oneri urbanistici per nuove edificazioni, l’elisir per salvare i disastrati bilanci dei nostri Comuni …

Coinvolgere le pubbliche amministrazioni. Dobbiamo quindi partire da qui, in ogni Comune; questo deve essere il nostro primo obiettivo: far sì che il nostro Comune segua la strada di Cassinetta di Lugagnano.

Occorre dunque chiedere a cittadini ed amministrazioni che si apra un dibattito partecipato in questo senso e per farlo noi dobbiamo sollevare la richiesta ufficiale dei cittadini ai loro amministratori - a livello di ciascun Comune italiano – affinché si sospendano i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e si provveda ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

È possibile pretendere dalle amministrazioni locali impegni concreti su questo fronte. Se questo accadrà, è del tutto probabile che la politica non possa rimanere indifferente e che – nelle regioni più sensibili e in prospettiva anche a scala nazionale – si possano approvare leggi e strumenti amministrativi indispensabili per assicurare un efficace contrasto al consumo di suolo e una migliore organizzazione degli insediamenti esistenti. In questi giorni, 144 sindaci della Lombardia sono riusciti, con la loro iniziativa, a fermare la progressiva privatizzazione del servizio idrico, ottenendo una significativa modifica della legislazione regionale. Sarà possibile ottenere successi analoghi anche nella battaglia in difesa del territorio? Ce lo auguriamo.

Come primario obiettivo strategico un’urbanistica della transizione, per affermare un’idea di città virtuosa, deve proporsi di utilizzare, per la residua domanda insediativa, solo aree irreversibilmente compromesse in passato dall’urbanizzazione, favorendo con opportuni incentivi, anche in questo caso per convergere su obiettivi plurimi, le localizzazioni prossime ai nodi di interscambio del trasporto pubblico.

La dinamica insediativa dell’ultimo mezzo secolo, urbanizzando migliaia di ettari, consumando e spesso sprecando ingenti patrimoni di aree vergini, ha creato un ampio volano di piattaforme edificabili. Le cosiddette aree dismesse o potenzialmente tali.

Nell’era solare l’urbanizzato dismesso ciclicamente deve diventare la sola risorsa disponibile per i nuovi insediamenti. L’eccezionale uso di terreni vergini può essere tollerato solo quando impegni aree marginali a consistenti compendi organici e quando offra controllabili (costi/benefici) contropartite di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica. Questi indirizzi caratterizzano ed evidenziano ulteriormente una chiara idea di città sulla quale debbono convergere le politiche insediative di tutti i comuni della città metropolitana.

Né ci pare, ma potremmo sbagliare per ignoranza, che sul piano normativo esista qualche norma urbanistica regionale, a parte le rituali esortazioni, che aiuti l’assessore Bruschini a difendere efficacemente i suoli “naturali” dalla “artificializzazione” a fini edificatori.

Il consumo di suoli naturali si cela sotto le più “elementari e legittime esigenze” perché culturalmente considerato inevitabile conseguenza di ogni attività umana sul territorio.
Non ci si è mai posti, scientificamente, l’obbiettivo di trasformare il territorio escludendo o anche solo minimizzando l’uso del suolo naturale. Una risorsa non riproducibile artificialmente, mentre lo è perfino il danaro.
Nemmeno per le grandi infrastrutture, che seppelliscono letteralmente, sotto asfalto e cemento, centinaia di ettari di terreni naturali.

Per esempio, Regione, Provincia e Comune (oltre naturalmente ai signori del cemento), nel recente gaudio per le aperture ministeriali ed europee sul progetto del “Passante Nord” [nuova autostrada], non credo si siano minimamente posti il problema del consumo di suolo naturale. Un enorme consumo! Se non facciamo male i conti sotto i 40 km di autostrada verranno sepolti più di 160 ettari: l’equivalente di 220 campi di calcio!!! A cui va aggiunto l’”indotto” atteso! Cioè tutto quello che, intorno ai caselli, la realizzazione del passante fa sperare ai famelici divoratori di aree e ai cacciatori di oneri di urbanizzazione.
I PSC (Piani Strutturali Comunali ex PRG) di Bologna (che comunque ha il merito di avere ridotto le previsioni insediative del precedente piano della giunta Guazzaloca) e dei Comuni circostanti, dovrebbe compiere un ulteriore passo virtuoso verso la tutela delle risorse finite.

Negli ultimi 35 anni a Bologna gli abitanti sono diminuiti di quasi 140.000 unità e abbiamo costruito case e prevediamo di costruirne (con il PSC) per oltre un milione e mezzo di abitanti (senza contare i metri cubi dei PSC in essere o futuribili dei comuni limitrofi. Dovrebbe limitarsi, ad esempio, ad ammettere urbanizzazione e edificazione solo nelle aree “artificiali” (come dicono i tecnici del suolo). Cioè le aree “dimesse” o potenzialmente tali: le aree riciclabili (che sono comunque una dotazione sufficiente per molti anni). Si dovrebbero quindi escludere altre aree naturali, cancellando la previsione di nuovi insediamenti sulle decine di ettari “naturali” che i piani indicano come future riserve cementificabili nel disprezzo del concetto di risparmio.

Sarebbe interessante sapere cosa pensano, tra gli altri, i candidati delle primarie del PD di questo tema cruciale e strategico, solo che si riuscisse a distrarli, per un momento, da appassionanti dibattiti, quali ad esempio quello che li ha visti impegnati sulle osterie di via del Pratello.

A fianco di questa “rivendicazione”, occorre sviluppare iniziative pubbliche, banchetti di raccolta firme, assemblee/dibattiti, affissione di manifesti ecc. ecc.: una campagna di opinione. Non stiamo dicendo “NO” a qualcosa, stiamo dicendo “analizziamo la situazione esistente e per prima cosa fermiamo il motore”.


Come REB abbiamo analizzato il testo del manifesto nazionale della campagna, lo condividiamo e sottoscriviamo e ci facciamo promotori di un movimento locale animatore della campagna “Stop al Consumo di Territorio”.

 

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Ultimo aggiornamento ( giovedý 26 marzo 2009 )