Un piano per un Parco nazionale tra l'Emilia e la Toscana: un piano per andare oltre

di Ugo Baldini e Patrizia Chirico, Redattori tecnici del Piano assieme a Giuseppe Vignali, Giampiero Lupatelli, Roberto Saini, Alfredo Lazzeri, Omar Tondelli, Chiara Valli e Antonella Borghi: Piano adottato nel luglio 2009

Un Piano, quello del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, che vuole crescere nel tempo. Che nasce piccolo ma ha grandi ambizioni. Intanto quella di essere utile agli uomini, alla natura e alla storia dei loro rapporti. E al loro futuro, tra obiettivi di riscatto rurale (recentemente la carta di Asiago) e l’impegno europeo del Progetto Appennino.

Un Piano che nasce alto nei pascoli, sulle dorsali, che si spinge sui punti più inaccessibili, ma che scopre per questo di esistere anche come Parco delle Sorgenti: il Magra, il Serchio, l’Enza, il Secchia partono da lì.
Allora il Parco delle Sorgenti seguirà il loro percorso sino al mare? Al Po? Certo che sì, generando altri parchi, altri accordi, anche di bacino, che producano tutele convinte, dalla sorgente “in giù”, che facciano dell’acqua l’oggetto di un culto e di una cultura, vecchia e nuova. Una cultura delle risorse irrinunciabili e degli usi durevoli e accorti.

Un Piano ambizioso, nasce piccolo e vuole crescere lungo i suoi fi umi, lungo i percorsi ecologici primari, lungo le incisioni più profonde del paesaggio.
Il Piano di un Parco che già ha candidature nuove per crescere in alto, sulle dorsali maggiori. Ma che vorrebbe avere una coerenza più forte col sistema fruitivo.
Allora al percorso fruitivo più alto che segue il crinale, con derivazioni accorte per ospitare i meno esperti, ecco di qua e di là, dal crinale, un sistema di sentieri che collegano gli ultimi borghi portando il Parco più in basso, a ridosso del sistema insediativo più elevato.

Sistema insediativo che va valorizzato e infrastrutturato proprio per questo uso di “ultima connessione”: dopo, solo sentieri di valico, accessi ai luoghi - sacri - delle sorgenti e alla dorsale alta, sino alle cime.
Il Parco fruitivo, quello dei sentieri che intercettano borghi e strade e monumenti naturali e umani; sentieri che vanno poi anche a cercare per questo la Pietra di Bismantova e le Apuane (e il loro Parco) passando “in cresta” tra la Lunigiana e la Garfagnana; sentieri che cercano le piccole stazioni ferroviarie di Piazza al Serchio e di Casola per “fare sistema” ma anche le grandi, visto che quella di Pontremoli (comune che non è - ancora? - nel Parco) è lì vicino, troppo vicino per non avere in stazione un punto informativo sul parco, le sue delizie e le sue asprezze.

Il Parco delle sorgenti (della natura) e dei sentieri (dell’uomo) scopre anche così che alcuni comuni non ancora presenti (Pontremoli, come Sillano, come Berceto, come altri ancora) gli sarebbero indispensabili per essere “un vero parco”.
Si accontenta ma è ambizioso: vuole andare al mare (e al Po) con le sue acque, vuole raccontare un territorio assai più vasto con i suoi sentieri e con tutti i Comuni che questi attraversano; Comuni (Castelnuovo, Fivizzano, e tutti gli altri) che al racconto devono portare ciascuno un motivo nuovo, una identità ed una idea propria.
Un Parco che si accontenta parte da ciò che è, e cerca di mettersi a posto prima di tentare viaggi più impegnativi: deve darsi un Piano di Parco, un Piano di Sviluppo, un Regolamento, deve farsi il suo GIS per custodire conoscenze, certifi carle e comunicarle, deve essere una risorsa fruibile per chi lo vive.

Impegno questo non da poco, se si pensa che le due Regioni che ospitano il Parco, nonostante siano tra le prime nella azione ambientale, non hanno mai firmato un protocollo (con lo Stato?) per dotare il Parco, meglio, i comuni coinvolti, di una cartografia di base unica, di analisi disciplinari alla stessa scala, di bilanci ambientali comparabili, di rigenerazione dei saperi ambientali utili in aree cosi fragili e così necessarie.
Impegno questo non da poco avendo presente le questioni interpretative che affollano gli aspetti giuridici del Parco: dal contenzioso tra l’articolo 9 della legge 183/89 (Difesa del Suolo) e l’articolo 12 della 394/91 (Aree Naturali Protette) fino all’articolo 142 e 143 del Codice dei Beni Culturali Ambientali (CBCA) che potrebbe, con le migliori intenzioni (l’inferno è lastricato…….), complicare la vita con l’inserimento della autorizzazione paesaggistica.

Il Parco ha fretta di esistere con i suoi strumenti operanti, di far vedere quanto vale, se ha tutte le chances per agire; il Piano va fatto come un Piano che cresce, in cultura e operatività e in estensione, nel tempo. Un Piano che impara e un Parco che si addestra.
Si sistemano quindi le conoscenze esistenti, si interrogano i Piani vigenti (quanti! e non sempre facilmente accessibili!), si interrogano le esperienze di gestione già in atto, si correggono gli errori più evidenti o le zonizzazioni preesistenti mal fatte; si rivedono anche modelli di uso e di fruizione per renderli sostenibili, entro ma anche fuori del Parco, nei comuni che hanno risorse ambientali, insediative e umane da valorizzare, in un concreto (gestibile, monitorabile) progetto di paesaggio.

Si ragiona anche sugli elementi per una valutazione ambientale strategica che il Parco farà del suo Piano (e di tutti i suoi Piani e Progetti strategici), per dimostrare le sue buone intenzioni nel soccorrere l’uomo e i suoi rapporti difficili con la natura e con se stesso.
Piano del Parco, Piano Pluriennale Economico e Sociale, Regolamento, Valutazioni di Sostenibilità, condotte in un rapporto stretto tra Comunità del Parco e Consiglio Direttivo, sanno che il Piano possibile è quello disciplinarmente fondato, socialmente condiviso e politicamente praticabile; sanno che il Piano sostenibile è quello che ospita nella sua struttura le regole per una crescita continua, che metta assieme le ragioni di tutti in una strategia (statuto?) di tutela.
Le ragioni della tutela sono per una parte connesse ad una approfondita conoscenza scientifi ca che deve avere percorsi e approfondimenti che sappiano generare sui temi della diversità biologica (e culturale) effi caci percorsi di ricerca e di gestione (e indicatori), proponibili anche nelle realtà meno protette del resto del paese.

Per una parte sono legate alla capacità di cogliere le ragioni antiche dell’uomo che ha modellato (si è adattato) a quegli ambienti, quelle moderne di chi non vuole abbandonarli e li vuole vivere - e valorizzare - con diverse opzioni tecnologiche.
Per una parte sono ragioni politiche perché la questione di riprodurre e riproporre ambienti e paesaggi sostenibili è una questione centrale della politica, della dislocazione di risorse, della valutazione del rendimento dell’esperienza di Parco come prototipo di un mondo che ricerca modelli di vita sostenibili, e per questo praticabili, proponibili, sperimentabili.
Il piano è un progetto diffi cile, come tutti quelli che insistono su contesti diversi per tradizioni e usi: in una delle “faglie linguistiche” più importanti del paese, tra regioni dell’io latino e quelle del me (me ego) gallicano, gli emiliani (di qua e di là dall’Enza), i lunigianesi, i garfagnini devono aver pensato che fare un parco “multiculturale” era una ragione di successo in più alle intenzioni di fare parco; e questo andrebbe premiato come nel caso delle foreste Casentinesi e del Pollino (e dello Stelvio, ancora più: a questo proposito, che fi ne ha fatto il suo Piano?) che gestiscono un vero e proprio sistema, nel sistema nazionale delle aree protette.

La difficoltà e l’interesse a fare “un parco per andare oltre” ha convinto sia gli Scienziati presenti in Direttivo che le Organizzazioni Ambientaliste, severi quanto basta, a dare una mano (l’idea delle sorgenti e dei sentieri bassi è loro) a farlo crescere: ora la politica deve fare bene la sua parte, fare presto e reinvestire per fare ancora meglio dopo; la politica e naturalmente le comunità locali cui il parco appartiene (per buona parte).
Un Piano questo che ha bisogno di agire sulla realtà in tempi e costi (e qualità) plausibili e non interminabili (vogliamo citare tutti i piani di parco “in panne”?) e di generare processi di attuazione (assieme a tutti gli altri strumenti) che siano anche occasione di apprendimento per tutti i protagonisti e gli attori che popolano il Parco e i suoi problemi.
Un Piano questo che ha bisogno sopratutto di essere parte di una grande strategia nazionale delle Aree Protette che coinvolga le Comunità (e misuri le utilità che esse producono in termini di manutenzione e valorizzazione) e i loro Parchi, che nella espressione di APE – Appennino Parco d’Europa (progetto strategico di rango in attesa da tempo di un nuovo sponsor?) sono uno dei motori di innovazione del “vivere rurale ed urbano”.
APE (vedi http://www.legambiente.eu; http://www.parks.it) ha avuto il successo maggiore nel Paese forse proprio nella “area lunense”, portando di fatto oggi il parco nazionale entro uno schema di azione efficace tra i parchi e le comunità, che propone anche la Liguria come terza regione in gioco, Liguria che offre ai “nostri protocolli” lo sbocco al mare di prestigio con il Parco del Magra, affermato e sperimentato quanto basta.

Se quanto detto fa parte dell’idea che il piano ha di se e della sua costruzione, vale la pena ricordare che, avendo riguardo a quanto è stabilito dall’art. 12 della Legge Quadro, il Piano del Parco ha essenzialmente due compiti:

• quello di stabilire in forma organica il regime delle tutele;
• quello di dare razionalità ed ordine (e naturalmente di rendere pienamente sostenibile) alla fruizione del Parco, per le diverse fi nalità (di ricerca scientifica, di osservazione naturalistica, di fruizione escursionistica e sportiva, di fruizione culturale, di ricreazione e svago) per le quali la fruizione stessa è ammessa e promossa con la costituzione del Parco.

La Legge Quadro stabilisce infatti (al primo comma dell’art. 12) che il Piano del Parco deve:

a) [definire la] organizzazione generale del territorio e [la] sua articolazione in aree o parti caratterizzate da forme differenziate di uso, godimento e tutela;
b) [stabilire] vincoli, destinazioni di uso pubblico o privato e norme di attuazione relative con riferimento alle varie aree o parti del piano;
c) [individuare] sistemi di accessibilità veicolare e pedonale con particolare riguardo ai percorsi, accessi e strutture riservati ai disabili, ai portatori di handicap e agli anziani;
d) [prevedere] sistemi di attrezzature e servizi per la gestione e la funzione sociale del parco, musei, centri di visite, uffici informativi, aree di campeggio, attività agro-turistiche;
e) [proporre] indirizzi e criteri per gli interventi sulla flora, sulla fauna e sull’ambiente naturale in genere.

Compiti questi che sono tutti riconducibili, seppur in diversa misura, alle due principali finalità, tra loro complementari, di dare organicità alle tutele e di organizzare la fruizione, cui si è appena più sopra fatto riferimento.

Soprattutto in questa sua seconda missione che lo chiama ad organizzare il quadro strutturale delle opportunità di fruizione del territorio, il Piano del Parco dovrà mantenere uno stretto rapporto con il Piano Pluriennale Economico Sociale, anch’esso attivato dal Parco e il cui Documento di Indirizzo è stato già approvato dalla Comunità del Parco, ed è ormai in fase di ultima redazione.
Un rapporto, peraltro, richiesto espressamente dalla Legge Quadro al citato art. 11 bis, e che il Piano Pluriennale ha esso stesso già ampiamente sottolineato nel suo Documento di Indirizzo, più sopra richiamato.
Il riferimento dello stesso Documento di indirizzo del PPES alle Linee Guida emanate a suo tempo dalla Regione Toscana è al riguardo una sicura garanzia per un efficace interazione tra i due strumenti.
In termini operativi il rapporto tra il Piano del Parco e il Piano Pluriennale Economico e Sociale si è già avviato attraverso incontri e sessioni di lavoro comune che hanno interessato i due gruppi di progettazione incaricati dal Parco, consentendo di realizzare una significativa convergenza tra le ipotesi di lavoro ed instaurando un positivo clima di collaborazione.

Tra le distinte missioni del Piano del Parco e del Piano Pluriennale, ci sta sicuramente quello di prendere conoscenza, il primo, del sistema di regole variamente codificate nei comportamenti di chi abita e frequenta l’ambiente del Parco, mentre il secondo dovrà saper ascoltare la progettualità che le comunità esprimono, anche le più minute, e soprattutto coniugarla - impresa difficile - con quella presente nelle competenze amministrative - regionali e statali - che cercano nella pianificazione integrata un rapporto con la realtà più efficiente: assetto idrogeologico, forestazione, paesaggio, agricoltura, hanno bisogno di progetti che non scontino troppo le logiche settoriali.
E coniugare la progettualità delle comunità in entrambi i Piani con lo sforzo in corso che oramai è leggibile nella pratica delle organizzazioni del mondo agricolo più attente, di capire il mutamento di prospettive (e di costruire strategie conseguenti) per il mondo rurale.
L’integrazione dei due aspetti, quello regolativo e quello proattivo, determinerà - se efficiente - il grado di successo del Parco inteso come sistema di regole condivise e nel contempo di economie e di servizi ambientali sostenibili, sostenibili ed integrati.

La Legge Quadro individua il Regolamento del Parco tra gli strumenti necessari alla gestione delle aree naturali protette nazionali e regionali insieme al Piano del Parco ed al Piano Pluriennale Economico-Sociale.
Il Regolamento, peraltro, si presenta, nella concezione adottata dalla legge, come uno strumento complesso in quanto riassume in sé, oltre alle norme comportamentali dirette al corretto uso da parte dei fruitori del Parco, anche norme più strettamente connesse allo sviluppo economico e sociale ed all’utilizzo urbanistico del territorio, con ciò incrociandosi strettamente con i contenuti del Piano.
Non è perciò casuale che la norma legislativa preveda una elaborazione contestuale o, al limite, in tempi che ne consentano l’applicazione “non oltre sei mesi dall’approvazione del Piano”: va rilevato che il termine approvazione è utilizzato dalla legge all’articolo 12, comma 3, nell’accezione di atto del Consiglio Direttivo del Parco oltre che, successivamente al comma 4, come atto definitivo del procedimento.

La commistione tra norme di uso del territorio e norme di comportamento emerge con tutta evidenza dalla lettura dell’articolo 11 della legge 394/91, portando con sé la conseguente necessità di calibrare in modo omogeneo le normative di Piano con quelle regolamentari: non risulta pertanto possibile una elaborazione del Regolamento che prescinda dai contenuti del Piano del Parco.
Infatti la norma legislativa impone che siano disciplinati dal Regolamento diverse tipologie di azioni tra le quali, a titolo di esempio, le modalità di costruzione di opere e manufatti, lo svolgimento delle attività artigianali, commerciali, di servizio e agro-silvopastorali, lo svolgimento di attività di ricerca scientifi ca e biosanitaria, lo svolgimento delle attività da affidare a interventi di occupazione giovanile, di volontariato - con particolare riferimento alle comunità terapeutiche – e al servizio civile alternativo, tutte attività che discendono dalle scelte di programmazione e di pianifi cazione del territorio, insieme, sempre a titolo esemplifi cativo, alla raccolta dei fiori e delle specie vegetali in generale, all’uso di fuochi all’aperto, alla limitazione delle emissioni sonore e luminose, alle attività connesse al prelievo delle specie animali etc.

Il valore “misto” dei contenuti regolamentari e la particolare attenzione da porre alle tematiche economico-sociali, sono altresì rimarcate dal dettato del comma 2 bis dell’articolo 11 della legge, laddove si prevede che il Regolamento valorizzi anche “gli usi, i costumi, le consuetudini e le attività tradizionali delle popolazioni residenti sul territorio, nonché le espressioni culturali proprie e caratteristiche dell’identità delle comunità locali e ne prevede la tutela anche mediante disposizioni che autorizzino l’esercizio di attività particolari collegate agli usi, ai costumi e alle consuetudini suddette, fatte salve le norme in materia di attività venatoria”.
Con una così ampia estensione di compiti anche la strategia di costruzione del Regolamento non può che assumere traguardi differenziati, puntando a costruire da subito uno strumento non equivoco e non banale ma non per questo con la pretesa di comprendere e disciplinare minuziosamente le innumerevoli fattispecie che si presenteranno alla sua attenzione e immaginando una progressiva e responsabile implementazione del Regolamento con il consolidarsi delle esperienze gestionali del Parco Nazionale e con l’aumentare della consapevolezza sulla consistenza e l’estensione del patrimonio di valori anche immateriali e di culture depositati dalla tradizione sul territorio e reinterpretati da una “modernità avveduta”.

Tutto ciò ricordando che il Regolamento è per molti versi lo strumento più vicino alla responsabilità dell’Ente Parco che ne è l’attore quasi esclusivo della sua formazione e deve essere l’interprete responsabile della sua gestione ed evoluzione.
Questo primo Piano del Parco, come si è detto, assume come proprio riferimento essenziale l’esigenza di consolidare il sistema delle tutele operanti, verificando innanzitutto il quadro disegnato dalle disposizioni di salvaguardia stabilite dal Decreto istitutivo che investono l’intero territorio perimetrato, ad eccezione delle aree già individuate come Riserve Naturali dello Stato e come tali disciplinate dai relativi Piani di Gestione.
In questa attribuzione di continuità della identifi cazione spaziale cui associare debitamente una messa a punto normativa orientata a portare a coerenza le disposizioni di diversa matrice una specifica attenzione dovrà essere posta nel regolare i luoghi di conflitto che si sono manifestati nel corso della gestione delle politiche di conservazione ovvero di quelli che manifestano una dislocazione spaziale che rende più difficile un efficace gestione delle politiche.

In termini generali dunque, e fatte salve le specifiche verifiche precisate in corso d’opera, lo schema di riferimento per la zonizzazione di Piano può essere espresso nei termini seguenti:

Zone A) riserve integrali: dovranno in linea di massima corrispondere, con le eventuali verifiche e precisazioni del caso, alle aree individuate dalla disciplina di salvaguardia come “zone 1 – di rilevante interesse naturalistico, paesaggistico e ambientale con inesistente o limitato grado di antropizzazione”; la disciplina delle stesse è stata opportunamente articolata in relazione alla loro “specificità e singolarità coerentemente alla disciplina singolare delle Riserve Naturali Statali Pania di Corfi no, Guadine Prataccio, Lamarossa e Orecchiella”, ricomprese nel perimetro del Parco Nazionale.

Zone B) riserve generali orientate: dovranno in linea di massima corrispondere, con le eventuali verifiche e precisazioni del caso, alle aree individuate dalla disciplina di salvaguardia come “zone 2 - di interesse naturalistico, paesaggistico, agricoloambientale e culturale con moderato grado di antropizzazione”. All’interno di tale complesso di aree una particolare attenzione è stata rivolta, ai territori individuati come habitat di riferimento per la individuazione dei Siti di Interesse Comunitario della rete Natura 2000, verso le quali dovranno in particolare essere indirizzati gli ulteriori programmi di approfondimento analitico e conoscitivo per l’evoluzione del Piano del Parco.

Zone C) aree di protezione e Zone D) aree di promozione economica e sociale: per le “zone 3 - di interesse naturalistico, paesaggistico, agricolo-ambientale e culturale con maggior grado di antropizzazione” individuate dalla disciplina di salvaguardia, oltre alle verifi che e precisazioni di perimetro, si pone l’opportunità di una loro distinzione tra le due classificazioni proposte dalla legge quadro  rispettivamente come aree di protezione e come aree di promozione.

Distinzione che ha come primo riferimento la natura degli utilizzi in atto che, sostanzialmente, individua tre tipologie principali:

a) quella delle utilizzazioni agro-silvopastorali da conservare e promuovere (e ripristinare quanto meno in termini di manutenzione territoriale);

b) quella dei domini sciabili, con i connessi impianti, per le quali garantire in particolare condizioni di accettabilità paesistica anche nelle stagioni di non innevamento;

c) quelle dei centri abitati (presenti in misura estremamente contenuta entro il perimetro del Parco) di cui avviare, favorire e sostenere i processi di riqualificazione, processi questi da estendere anche alla rete di borghi che, al di fuori del perimetro del Parco, il Piano potrà individuare (in relazione ai compiti ad esso attribuiti per individuare l’organizzazione strutturale della fruizione) come area di accoglienza.

Se può risultare scontata l’attribuzione dei centri abitati alle zone D e anche quella dei compendi agro-silvo-pastorali alle zone C, è stata valutata con attenzione l’opportunità di comprendere il sistema piste/impianti nell’una o nell’altra zona.

Se pure strettamente confinata, per esigenze si operatività e di efficienza, entro gli attuali confini, per poter realizzare a breve una condizione di equilibrio del Parco con i suoi strumenti canonici, senza i quali permane una condizione di provvisorietà che non aiuta a evolvere verso assetti (anche organizzativi) soddisfacenti, l’azione esplorativa e valutativa si è spinta a considerare l’intero territorio dei Comuni protagonisti dell’Area Protetta, come aree di accoglienza e di sviluppo dell’”economia del Parco”.
E sono trattati anche ambiti di comuni non ancora interessati ma certamente interessabili ad una economia e strategia di Parco.
Territorio da intendersi come l’ambito entro cui produrre quell’economia - sostenibile - del Parco che è fatta di servizi ambientali, di diversa natura e livello di sofi sticazione, ma che devono tutti “lavorare a sistema” per produrre i migliori effetti.
Anche per questo il GIS del Piano cerca generare una copertura informativa su tutti i Comuni coinvolti: anche su quelli che hanno manifestato interesse ad entrare nella “coalizione” o c’è da attendersi che lo possano manifestare prima o poi.

Tra gli effetti che conseguiranno alla redazione del Piano del Parco, esito non secondario sarà quello costituito dalla realizzazione di un vero e proprio GIS del Piano (e del Parco).
Un Sistema Informativo Geografico che fornirà un quadro omogeneo e facilmente interrogabile delle diverse caratteristiche del Parco, tanto più rilevante per un’area, come quella dell’Appennino Tosco-emiliano, che si colloca al confine tra due sistemi regionali, ciascuno con la propria cartografia, il proprio quadro normativo e apparato di pianificazione, i propri sistemi informativi.
L’allestimento del GIS del Piano comporterà dunque la predisposizione di una serie di informazioni geografiche, opportunamente verificate e mosaicate (quando non espressamente acquisite per la prima volta in formato digitale come è accaduto per il Piano del Parco Regionale del Gigante) sulle quali produrre politiche di comunicazione interne o esterne ai comuni del Parco.

L’allestimento del GIS sarà l’occasione per rilanciare un programma di ricerca (dalla cartografia sino alle analisi disciplinari, alla VAS) da fare fi nanziare tra Stato e Regioni, che lo stesso Piano propone esplicitamente dopo avere condotto e valutato quanto è già stato prodotto sul piano della ricerca sulle varie geografi e del Parco (impresa non semplice quella di certifi care le basi informative!): già il Servizio Geologico della Regione Emilia-Romagna sta collaborando col Parco utilmente per questi fini.

Un percorso di nascita e crescita complesso quello del Piano del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, i cui step di avanzamento devono ancora essere del tutto chiariti. Infatti ci si sta chiedendo se questo piano debba essere sottoposto alla Procedura di Valutazione Ambientale Strategica o VAS, domanda alla quale solo le due Regioni interessate, recentemente interrogate al proposito in qualità di autorità procedenti (ma al tempo stesso competenti), possono formalmente dare risposta.

Senza riportare i tortuosi (e ahinoi noiosi) meandri della normativa in materia di VAS (in particolare il D.Lgs. n. 152/2006 e s.m.i.), la natura di un Piano del Parco, così come prevista dalla sua legge, lo rende infatti sfuggente alla diretta applicazione della Procedura di VAS.
Più praticabile il percorso di una “Verifica di Assoggettabilità a VAS” che consenta comunque, nella sua semplicità, un “feedback dalla sostenibilità al piano” formalmente riconoscibile con l’auspicio che possa far crescere la base conoscitiva del piano con il coinvolgimento diretto dei diversi attori che partecipano alla procedura, aumentarne la condivisione esterna, essere uno dei canali per promuovere sinergie ed energie attorno alla natura (protetta), al territorio, agli uomini e alle donne del parco.

In breve nell’immagine complessiva di parco vengono ad essere concentrati tutti gli elementi di attrazione presenti in una “regione”, dagli aspetti naturalistici a quelli architettonici, da quelli tradizionali a quelli culturali. In questo senso si indica il parco come “entità ambientale” dove l’unione, la sinergia, ed il coordinamento degli elementi caratteristici creano l’idea di un “ecosistema” con peculiarità forti e ben visibili.
Le attività economiche che trovano spazio all’interno di un parco devono essere riconoscibili per la loro appartenenza a questa “entità”, contribuendo all’affermazione di un’immagine naturale e sostenibile. Tutte le attività sono, in qualche modo, collegate tra loro e creano un circuito economico che poggia sulla promozione delle potenzialità intrinseche, da riconoscere da mettere in valore.
Non esistono per queste zone prospettive migliori al di fuori di quelle dell’essere parco, soprattutto se il parco sarà un’agenzia culturale ed economica, se sarà teso ad indirizzare all’offerta di qualità ambientale anche le iniziative private ed a crearne di nuove, prima ancora che a sostituirsi al tessuto sociale esistente, promuovendo così risorse non esclusivamente pubbliche.

Infatti, tra gli obiettivi della legge 394/91, all’art 4, vi è lo sviluppo di una serie di attività economiche nel pieno rispetto dei meccanismi dell’equilibrio ecologico del territorio, con la promozione e l’incentivazione della presenza dell’uomo, soprattutto laddove sono da evitare i fenomeni di frattura ecologica e di degrado territoriale.
Il turismo escursionistico ha forti possibilità di sviluppo, per esempio si può pensare all’attrazione verso il parco di quote notevoli di flusso turistico estivo già presente nell’area della costa ligure e toscana e della popolazione delle zone urbanizzate della via Emilia.
A tale progetto si può lavorare fin d’ora attraverso l’organizzazione, dell’offerta escursionistica non perdendo mai di vista l’educazione ambientale dei visitatori.
La ricettività per un parco è il miglior presupposto per sviluppare l’agriturismo reale, cioè l’ospitalità nelle aziende agricole, la partecipazione alla vita aziendale ed alla conoscenza dei prodotti aziendali.

Però la realizzazione di un circuito utile avverrà solo se i centri saranno proposti al mercato, organizzati cioè, in una rete locale agrituristica uffi ciale, legata al parco, ad un suo luogo, con una pubblicità sul territorio nazionale, con legami ufficiali con enti statali e per il turismo all’estero.
Tra l’altro, questo tipo di ricettività offre la possibilità di (avere le risorse per) recuperare il patrimonio architettonico esistente (casali, nuclei rurali...) conservando il paesaggio e producendo effetti locali positivi in termini di mantenimento della presenza umana in territori abbandonati.
L’artigianato e l’agricoltura possono trovare nuove ragioni di essere attraverso una strategia di parco capace di promuoverle in modo nuovo e di generare una attività terziaria che faccia dell’ambiente di parco la vera chance competitiva, producendo occasioni nuove anche in campo del risparmio energetico e sulle energie rinnovabili.
L’equilibrio tra tradizione e innovazione è la scommessa che parte dal Parco dei Sentieri e delle Sorgenti (può essere una nuova definizione del Parco “dell’Appennino”? O un sottotitolo di un nome ancora da trovare?), per riproporre la dimensione rurale come un “modo di vivere” convincente, una modalità che si propone diversa dai processi di metropolitanizzazione che molti invocano come condizione unica di sviluppo competitivo.

Una modalità in concorrenza positiva alla metropoli: la recente carta di Asiago dell’UNCEM (vedi http://www.uncem.it) per lo sviluppo rurale e montano - che per temi e luoghi richiama alla memoria il bel manifesto (fondativo del PTR Veneto) che portava le firme di Eugenio Turri e Mario Rigoni Stern - va in questa direzione, è un obiettivo proponibile per il territorio rurale e i suoi parchi; per rinegoziare finalmente il valore dei servizi ambientali offerti al Paese e il loro significato in uno sviluppo sostenibile.

Ultimo aggiornamento ( domenica 13 dicembre 2009 )