NEGRARIZZAZIONE

Gabriele Fedrigo - NEGRARIZZAZIONEhspace=Gabriele Fedrigo

NEGRARIZZAZIONE

ed. QuiEdit Verona, 2010

Meglio vivere nella miseria ma in un paesaggio “da cartoline” oppure nel benessere ma in un ambiente altamente cementificato ? È una di quelle domande alle quali ciascuno di noi, di getto, non sceglierebbe alcuna delle due possibilità ma ne proporrebbe una terza: vivere nel benessere in un paesaggio “da cartoline”. Ma la cruda realtà ci impone di scegliere strade praticabili e non puramente teoriche. Una realtà che parte dal passato e deve fare i conti con fenomeni sociali ed economici, contesti territoriali, uomini ottusi e corrotti …

Gabriele Fedrigo - NEGRARIZZAZIONEhspace=Gabriele Fedrigo

NEGRARIZZAZIONE

ed. QuiEdit Verona, 2010

Il caso della “negrarizzazione”


Meglio vivere nella miseria ma in un paesaggio “da cartoline” oppure nel benessere ma in un ambiente altamente cementificato ?
È una di quelle domande alle quali ciascuno di noi, di getto, non sceglierebbe alcuna delle due possibilità ma ne proporrebbe una terza: vivere nel benessere in un paesaggio “da cartoline”. Ma la cruda realtà ci impone di scegliere strade praticabili e non puramente teoriche. Una realtà che parte dal passato e deve fare i conti con fenomeni sociali ed economici, contesti territoriali, uomini ottusi e corrotti …

Un esempio concreto e documentato di come un territorio fortemente premiato dalla natura possa essere devastato in nome di presunte esigenze abitative e di sviluppo ci è offerto da Gabriele Fedrigo, con il suo recente libro “NEGRARIZZAZIONE – speculazione edilizia, agonia delle colline e fuga dalla bellezza” (ed. QuiEdit Verona, 2010).

Il territorio di Negrar (comune situato in provincia di Verona, precisamente nella Valpolicella, terra del Recioto e dell’Amarone, per chi è amante del bere) è il protagonista di questo volume, che tratta un fenomeno di cementificazione così massiccio e sfrenato da far nascere il nuovo termine negrarizzazione. Il neologismo vuole indicare l’urbanizzazione selvaggia che ha trasformato, dagli anni ‘60 a oggi, il territorio di Negrar da uno dei più belli della provincia veronese a una grande, uniforme, antiestetica (ma non illegale) colata di cemento. Dai capannoni prefabbricati (ovviamente l’uno diverso dall’altro!) alle ville, villette e villone, tutte ornate di pilastri bizzarri, tetti dalle mille pendenze, colori di ogni tonalità (purché  appariscente), fino alle copie di statue celebri troneggianti in giardino (anche i mitici “nanetti” sono ormai fuori moda). Esulano da tale fenomeno di rinnovamento le antiche ville con la “V” maiuscola, rigorosamente semi-abbandonate … 
 
Fedrigo riflette soprattutto su due questioni intimamente connesse: l’aggressività umana nei confronti della bellezza del paesaggio e gli effetti della rovina estetica sui funzionamenti neuro mentali degli abitanti che subiscono la negrarizzazione del territorio.
L’Autore propone la traduzione della negrarizzazione in metri cubi di cemento pro-capite (anni 1965/2008): 143 mc, contro i 53 mc della media italiana! Per la precisione, nello stesso periodo in tutto il territorio di Negrar sono stati costruiti poco meno di 2.500.000 mc,  (per 17.128 abitanti), senza contare i metri cubi assegnati alle zone industriali e all’artigianato (altri 500.000).

Un esempio che sta contagiando molte altre aree della Valpolicella e dell’intero Veneto, regione a vocazione agraria e oggi divenuta quasi un’immensa area urbanizzata, anzi cementificata.
Le radici storiche della negrarizzazione sono complesse: non si tratta solo di un’allegra operazione di speculazione edilizia o di territorio considerato come terra di conquista, ma riflette il profondo cambiamento sociale della popolazione iniziato con il boom economico degli anni ’60. Caos, anarchia, disordine, scarsa lungimiranza, indisciplina, vincoli urbanistici e architettonici vissuti da amministratori e cittadini come impedimenti da combattere e bypassare. Così non è stata tutelata la Valpolicella, vero e proprio “giardino” di Verona, con le sue verdi colline, valli ricoperte di viti e olivi, antichi paesi, ville ridenti e stupende chiese romaniche. Così Negrar è diventata un “dormitorio” della città scaligera, passando da circa 8.500 abitanti nel 1965 agli attuali circa 17.100.

Il libro ripercorre tutta questa storia, con dovizia di dati, immagini (“prima” e “dopo” la cementificazione) e testimonianze, elencando i provvedimenti edilizi e urbanistici approvati negli anni dalle singole amministrazioni (la cementificazione, in sostanza, è bi-partisan…) e proponendo stralci di articoli, ricerche e commenti riguardanti il fenomeno della negrarizzazione.  Ma anche ponendosi molte domande, che riguardano concetti chiave del vivere: il “benessere”, in primo luogo, quello del “novello Adamo” che finalmente riesce a costruirsi la casetta dei sogni nell’Eden e, improvvisamente, vede arrivare una ruspa che gli comunica la fine dl suo idilio con la natura (il suo panorama “esclusivo” presto verrà sostituito da altre “fisarmoniche di cemento”). Ma altri “novelli Adamo” sono quelli che hanno vissuto (e vivono) in un territorio privo di infrastrutture adeguate (strade, fogne, rete idrica, parcheggi, discariche) o quelli che si trovano le cantine allagate o i muri crepati a causa di lottizzazioni che non hanno tenuto conto della realtà idro-geologica e la cui urbanizzazione è stata allegramente omessa o sottovalutata.

Un capitolo è dedicato alla “Negrarizzazione dopo la negrarizzazione”, dedicato alla recente proposta dell’attuale primo cittadino di Negrar di rivalutare in positivo questo neologismo con una “negrarizzazione di qualità” (che Fedrigo definisce vero e proprio ossimoro, come “un portacenere con divieto di fumare sul fondo”). Una proposta che probabilmente sottintende la possibilità di sollevare localmente la crisi in cui naviga il capitalismo globale con una nuova spinta all’edilizia nella parte alta delle colline negraresi…

Dopo aver letto questo volume, sia pure con minore coinvolgimento rispetto a quello di un abitante di quel territorio, non si può non pensare a quante centinaia di analoghi lavori potrebbero essere realizzati e dati alle stampe da volenterosi abitanti di altri comuni italiani: “XXXXXXXizzazione”. Comuni che hanno vissuto lo scempio del territorio in nome del benessere e dello sviluppo e ora si trovano sull’orlo del collasso ambientale e sociale.

Ma, a noi dello “STOP”, tale lettura suggerisce ancora una volta l’urgenza di fare qualcosa per salvare quel (poco) che c’è ancora da salvare evitando, come cittadini responsabili, di lasciare tale incombenza a carico di amministratori pubblici attenti e lungimiranti: quelli esistono solo nei film o, al massimo, in qualche piccolo museo di “archeologia sociale”…       

Ultimo aggiornamento ( sabato 28 agosto 2010 )