Diritto al territorio. Il rapporto cittą campagna e la cittą diffusa
Silvano D’Alto, architetto, professore di Sociologia Urbana all'Università degli Studi di Pisa e membro della Fondazione Giovanni Michelucci di Fiesole.
Il rapporto città–campagna è stato, nel corso della storia millenaria  del nostro territorio, il fattore che ha dato senso alle forme della vita quotidiana, nella città e nella  campagna. Senza quella relazione non ci sarebbe stata né la città – nelle modalità in cui storicamente la conosciamo – né la campagna, come realtà opposta e complementare alla città. Oggi quel rapporto è radicalmente mutato: la società industriale, prima, e quella post-industriale, poi, lo hanno destrutturato. Oggi abbiamo  residui – relitti – di vita urbana e residui – relitti – di vita agricola. Ma la vita urbana – nella varietà di forme, di luoghi e di tempi – resta un valore centrale delle società occidentali: memoria, identità, relazione sono dimensioni strutturanti – dinamiche, non statiche – della città: quale “punto di massima concentrazione delle energie e della cultura di una comunità” (Mumford).
Sarzana vive, come ogni altra città occidentale, la temperie della trasformazione: la campagna ha subito un violento processo di urbanizzazione, la città è ricondotta ad una parte (centro storico) che ha perso il rapporto col tutto – appunto quell’antico rapporto città–campagna – che le dava vita e senso.
    
Nel territorio si è affermato il fenomeno della “città diffusa”, dove esistono molte funzioni della vita urbana, ma manca lo “spazio”, ossia quel senso della città che ci portiamo dentro come il valore più grande di cultura e civiltà della nostra storia occidentale. Il nuovo compito è di far nascere l’impegno a pensare in termini globali: di nuova città, nuovo ordine urbano, per superare ogni isolamento, ogni individualismo solitario: costruire la ‘civitas’, come comunità; la ‘urbs’ come forma dello spazio vivente; la ‘polis’ come governo della città. Tenere separate queste tre parti vuol dire perdere la possibilità di costruire la nuova città.  

Occorre costruire il “diritto al territorio”.

Costruire un nuovo territorio significa costruire il “diritto al territorio”, cioè un nuovo senso dell’abitare, culturalmente e socialmente produttivo, ossia:

diritto al territorio è:

– costruire un nuovo senso urbano. Senso urbano è il percepirsi ed essere percepiti come attori in un’area di vita comune vissuta come propria, nella quale spazio e società tendono a rispecchiarsi nella unità della vita urbana. La vita urbana è la compresenza di una molteplicità di azioni, che esprime ricchezza di comunicazione, di incontro, reciprocità di sentimenti, scambio (anche commerciale, ma con una pluralità di attori. non con un distributore unico), simultaneità delle forme dell’agire collettivo. Tutto ciò in una spazialità che ha avuto nella piazza il suo momento più esaltante e simbolicamente elevato. Dalla strada, alle piazze minori, alla piazza maggiore: era un percorso di spazi pubblici, per vivere quel “senso della città” che noi tutti ci portiamo dentro, come senso di libertà, di uguaglianza, di  scambio. Un senso che si risveglia – per brevi istanti di felicità – solo quando siamo turisti nelle antiche città del mondo e che, invece, con cinico disinteresse e quasi vantandoci di realismo e di economicismo, quotidianamente distruggiamo.  
 
– superare, nella “città diffusa”, la condizione di ‘agglomerato’ e costruire nessi, relazioni, legami, e raccontare un’altra storia dell’abitare, un nuovo logos dello spazio (léghein è raccontare; dire la misura, il principio di vita) per costruire il senso di un vivere comune.

– fare della partecipazione la dimensione costante dell’agire territoriale: stampa, blog, filmati, devono tallonare la politica per restituire al cittadino, ai cittadini uniti, il diritto al territorio, cioè il diritto di essere non destinatari, ma attori di senso urbano.

Nella urbanizzazione diffusa della Val di Magra – nello ‘sprawl’ della piana –nasce il fenomeno – per noi positivo – degli orti urbani. Ossia di una produzione orticola che non è ordinata alla filiera mercantile, ma che esprime il piacere di un rapporto pieno e libero con la fertilità della terra, con la bellezza della sua produzione; con un impegno che ha spesso nel dono la sua motivazione profonda. Si tratta di  una dimensione sempre più diffusa nel contesto urbano e suburbano europeo, e ovunque è accolta come un momento positivo: culturalmente, economicamente, socialmente.  È importante assumere tale fenomeno come un momento strategico per produrre nuova relazione di senso nella città da costruire come prospettiva di futuro.

Stop al consumo di territorio significa non solo difendere i valori dell’esistente, ma anche costruire il senso di una nuova città, come il luogo che sappia contenere un senso di futuro senza dimenticare storia, memoria, identità.


 
Ultimo aggiornamento ( sabato 09 ottobre 2010 )