A fare acqua è la città diffusa
di Francesco Vallerani.  
Pochi giorni fa, eventi meteorici di non memorabile intensità, associati a vigorose correnti di scirocco che trattenevano un più rapido deflusso in Adriatico dei fiumi veneti, veri e propri collettori per il drenaggio della pianura, a cui bisogna aggiungere la repentina fusione di un discreto manto nevoso accumulatosi in precedenza, hanno causato gravi episodi alluvionali in buona parte dell’entroterra di Venezia. Al di là dei vistosi disagi, all’indomani dell’evento calamitoso non mancherà una accurata contabilità dei danni, nonché la consueta strategia retorica circa l’inefficienza del sistema drenante, la mancanza di adeguati dragaggi di scoli e collettori, la necessità di ulteriori lavori per l’adeguamento dei corpi ricettori, l’urgenza di creare bacini di laminazione e di rialzare e potenziare gli argini nei punti critici, evocando insomma quanto la manualistica dell’ingegneria idraulica contempla con indiscutibile efficienza per garantire la sicurezza idraulica in contesti di pianura così pesantemente antropizzati come la pianura veneta. Per una interpretazione più accurata di questo evento calamitoso bisognerebbe però cercare di affrontare anche la questione della città diffusa e dei suoi impatti sul piano idrogeologico.

La progressiva urbanizzazione delle campagne del Veneto centrale, il settore geografico più penalizzato dalle piogge dei giorni scorsi, evidenzia una sua ulteriore debolezza e precarietà strutturale, che si aggiunge alle ormai fin troppo note criticità connesse al consumo di suolo, all’inquinamento diffuso, all’aumento della viscosità del traffico, alla pessima qualità dell’aria e alla perdita di qualità estetica.

Si potrebbe approfittare di questa esondazione per riattivare il senso critico, evitando di accodarsi nel filone interventista che auspica ulteriori e pesanti artificializzazioni per “mettere in sicurezza” le geografie quotidiane. Proviamo invece a riflettere su quanto è stato sottratto del secolare patrimonio della rete scolante che con fatica i nostri predecessori avevano realizzato e mantenuto in efficienza. Sarebbe forse un utile esercizio riconsiderare con umile attenzione i minimalismi morfologici e in particolare quelli relativi all’assetto idraulico, come nel caso della capillare rete dei fossi, i vecchi ponti, il sistema delle paratoie, intervenendo sui modesti interramenti diffusi che impediscono i deflussi, assicurando l’ordinaria manutenzione con lo sfalcio delle sponde e dei fondali intasati dalle alghe cresciute troppo per l’eccessiva presenza di fertilizzanti dilavati dai campi circostanti. Basta poco per rivitalizzare e mantenere l’efficienza ecologica di un fosso.

Oggi l’idrografia veneta, ma una situazione simile la si riscontra in gran parte della macro regione padana, scorre su territori sempre più impermeabilizzati dal cemento diffuso, con la conseguente riduzione della complessità sistemica, geomorfologica, idraulica, naturalistica.

I piccoli e grandi fiumi sono stati ridotti a canali. I tempi di corrivazione, cioè lo scorrere dell'acqua dai vari punti del bacino verso le reti di raccolta, sono stati abbreviati. In tal modo si è ridotta la capacità di ritenzione e di assorbimento dei suoli. La sicurezza idraulica rischia di essere vanificata dal frenetico consumo di suolo, dalle logiche egoistiche della rendita fondiaria.

Basterebbe adeguarsi alla direttiva quadro sulle acque, la n. 60 del 2000 della Comunità Europea, che punta al risanamento, protezione e ripristino degli ambienti acquatici: in tal senso il buon stato ecologico dei fiumi, con la restituzione degli ambiti golenali e mantenendo le fasce di rispetto, potrebbe essere il primo passo verso una meno drammatica coesistenza con gli eventi meteorici più intensi, garantendo inoltre una più generale qualità ambientale di cui la caotica città diffusa veneta ha sempre più bisogno.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 15 novembre 2010 )