Capannoni sul fiume: ultimo atto per deprimere il paesaggio ed il turismo
di Roberto Mazza, Movimento Stop al Consumo di Territorio, La Spezia.
Mentre da più di un anno ci apprestiamo ad azioni di contrasto, ma anche a dibattiti e  momenti di analisi e approfondimento, per la tutela e salvaguardia del fiume Magra e del Parco di Monte Marcello, ritorna la notizia che nella cosiddetta area D2 di Ameglia - esattamente lungo il fiume all’altezza della Corte di Camisano - assisteremo alla ennesima capannonizzazione del territorio: 18000 mq di edificato in aree rurali, di pregio, ai confini del Parco Monte Marcello, con affaccio sul fiume. “Un delirio” ...

 

Si dirà ancora una volta che si tratta di un progetto discusso da anni, approvato a maggioranza, previsto dal vecchio piano regolatore, come “area artigianale”, in cui dislocare aziende già esistenti liberando altre zone di maggior pregio, “rinaturalizzandole”.
Si giustificherà ancora l’imminente cambio di destinazione d’uso (da artigianale ad industriale) con la necessità di creare nuovi posti di lavoro per i giovani, in un’area ormai “impoverita”, e ciò consentirà finalmente il rilancio dell’economia locale! Si sosterrà che planimetricamente poco cambia, rispetto al piano precedente già approvato a suo tempo, anzi si riduce di un capannone (da nove a otto); si dovrà dire invece (malvolentieri) che le altezze dei capannoni aumenteranno (di ben 4 metri), per esigenza dei cantieri San Lorenzo, con un ulteriore contraccolpo al paesaggio (all’unicità del nostro paesaggio).
Di certo sappiamo che l’area aveva ormai acquisito naturalmente, da circa venti anni, una caratterizzazione prevalentemente turistico-ricettiva e per il tempo libero; lì si era consolidata una struttura turistico alberghiera, con infrastrutture per il tempo libero (maneggio, piscina, campi da gioco, campeggio).

La novità non sta quindi in una “naturalizzazione” delle sponde, e neppure nello spostamento di piccole zone artigianali, nel tempo tollerate dal Piano di Parco Montemarcello Magra, poiché legate alla nautica da diporto, e forse in grado di liberarne altre di maggior pregio, ma in un’area che da artigianale diverrà “industriale” e prevederà la solita “colata”.
Quanto mai ingiustificata in un momento storico in cui ogni giorno la maggior parte dei nostri esperti nazionali, storici dell’arte, e intellettuali più colti, con libri ed articoli invocano misure severe per proteggere il suolo;  ingiustificata perché si realizza in un’area di pregio ed ai confini dell’area Parco, ingiustificata perché deprime - invece che potenziare - il turismo,  ingiustificata rispetto alla “scelta strategica dei luoghi”, alla crisi della nautica.

Una urbanistica miope e mal governata dalle amministrazioni, in funzione del mercato, delle scelte incontrollate dei privati, delle rendite fondiarie, piuttosto che del bene comune, di una corretta valorizzazione ed  uso del territorio, di una prospettiva che guardi al futuro e alla globalità.
Ancora una volta a svantaggio del paesaggio, delle aree verdi rimaste, dei diritti delle generazioni future al paesaggio, e di quel turismo di qualità che ancora predilige e valorizza i nostri paesi e il fiume. Come sempre le amministrazioni non concepiscono nemmeno l’idea (perché nell’immediato non conviene) che un progetto, approvato decenni orsono quando le esigenze, le prospettive economiche ed anche la consapevolezza dei rischi per l’ambiente erano diverse, non deve obbligatoriamente essere realizzato se oggi risulta inattuale, non rispondente ai bisogni, dannoso per il territorio. 

In questo periodo storico è certamente prioritaria la difesa del lavoro e dell’occupazione, ma è quanto mai indispensabile la salvaguardia del territorio di pregio, soprattutto quando è sottoposto ad un uso incongruo.
Un Ente Parco che sembra aver abdicato ai propri obiettivi di tutela, alla ricerca di “varianti” per soddisfare bisogni impropri, incompatibili col fiume e con la bellezza del territorio. Una sorta di autodistruzione culturale, in vista di presunti benefici economici immediati e di sicure perdite alle medie e lunghe distanze.

Da piani urbanistici disordinati, varianti personalizzate, screening, consulenti diversi, si partoriscono  al più capannoni sfitti, argini fuori misura, improbabili residenze estive, porticcioli con centri commerciali, e rendite fondiarie e affari vari.., in un bailamme che alla fine nega il lavoro, l’ambiente, lo sviluppo e soprattutto il futuro del territorio rispetto alla sua vera vocazione.

Vorremmo che almeno chi finanzia, progetta e vende spazi per il turismo (esempio: il progetto Marinella) ne fosse consapevole.


 

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 30 marzo 2011 )